Caserme, un progetto o si svendono i gioielli

Segregate al centro della vita brulicante della città, minacciate di prossima rovina, le grandi caserme mostrano ormai tutta la loro inattualità. Nelle aree dismesse di molte metropoli europee (ad Amsterdam, Londra, Barcellona, tanto per citare gli esempi più importanti) strutture di questo tipo, disgregandosi, si sono ricomposte in nuovi nodi urbani, hanno creato inattese identità.

Da noi gli interventi effettuati testimoniano, piuttosto, un consolidato intreccio di affari e insipienza. Come in quello che è diventato il famoso pasticcio della Caserma Miale, edificio tra i più cospicui di Foggia: svenduto alla Paribas e poi ripreso in affitto, verrà forse riacquistato come sede universitaria con una perdita secca di 12 milioni di euro. Anche a Roma si pone, proprio in queste settimane visto che anche il governo Monti ha preso in mano il dossier, il problema delle caserme. Enorme. La delibera del 2010 ne elenca quindici da alienare.

Ma bisogna guardare oltre le parole: la Caserma Ulivelli è, di fatto, il Forte Trionfale, 11 ettari tra le aree naturalistiche dell’ Insugherata e del Pineto; La Caserma Ruffo è il Forte Tiburtino, vasta area strategica nella periferia est; la Caserma Gandin è il Forte di Pietralata, 25 ettari nell’ area protetta della Valle dell’ Aniene. E poi Forte Boccea, ex conventi in pieno centro storico insieme a complessi giganteschi sepolti nel cuore stesso di Roma, come la Caserma Medici presso via Cavour o lo Stabilimento Militare, 220.000 metri cubi in via Guido Reni. Un intero pezzo di futuro da affidare a imprenditori privati, con destinazioni in deroga agli strumenti urbanistici e il 30 per cento della superficie utile a destinazione «flessibile» (!) oltre a possibili, notevoli aumenti di cubatura.

Quello che sembra soprattutto un problema di cassa e liquidità, da risolvere attraverso tavoli tecnici tra governo e Comune, è in realtà uno dei nodi cruciali della città contemporanea. Occorrerebbe per questo genere di decisioni un disegno unitario capace di raccogliere in unità i frammenti sparsi delle strutture dimesse: non solo caserme, ma anche fabbriche, carceri, parchi ferroviari.

O almeno, nelle condizioni attuali, dare loro il senso di una nuova architettura, legarli ai tessuti vitali dei quartieri in trasformazione attraverso progetti, vantaggiosi anche per i privati, che l’ Amministrazione dovrebbe individuare per mezzo di concorsi pubblici e «allegare» alla vendita. Negli atti comunali più recenti si fa cenno al problema lasciando qualche speranza. Vedremo se l’ Amministrazione romana, stretta tra continue emergenze, riuscirà a non comportarsi come una vecchia signora che, rovinata dai debiti, è costretta a svendere i beni di famiglia.

Annunci

I Commenti sono disabilitati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: